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La Spoon River di Viggiù: il Cimitero Vecchio e i musei degli artisti scalpellini

Ognuno ha il proprio modo, i propri luoghi, i propri riti, per i ricordare i propri morti.
C’è chi va al cimitero tutte le settimane, chi ci va solo una volta all’anno, per il 2 novembre. C’è chi ha seppellito le ceneri in giardino sotto il grande albero, chi le ha sparse in mare o al vento. Ci sono culture dove si va a fare i pic nic con la famiglia sopra le tombe. Ci sono cimiteri, in altri Paesi, in cui si va a passeggiare.

Io personalmente credo che davanti a dolori e ricordi così intimi ogni modo di commemorare sia degno di rispetto. E nessun giudizio.

A me piacciono molto i cimiteri “romantici”, dove la natura cresce libera intorno alle tombe, dove i vivi possono passeggiare e sedersi a leggere, dove la vita e la morte in qualche modo esistono l’una accanto all’altra.

Abbiamo scoperto qualche giorno fa, per caso (letto sul blog Va’ a quel paese di Alessandra), un cimitero poco distante da casa nostra, piccolo e ormai, da decenni, inutilizzato. È proprio uno di quei cimiteri romantici, molto “inglese” e diverso da quelli a cui siamo abituati in Italia.

È il Cimitero Vecchio di Viggiù, in provincia di Varese, non distante dal confine con la Svizzera.

È rimasto così perché è stato creato nel 1820 e l’ultima sepoltura è avvenuta nel 1910. L’unica aggiunta successiva è del 1923, quando sono stati piantati i tigli in onore ai caduti della Prima guerra mondiale e che oggi, imponenti, rendono il cimitero quasi un piccolo bosco. Su ciascuno di questi alberi è posta una targhetta con il nome dei soldati morti.

Un luogo che invita a passeggiare in silenzio, a ricordare e scoprire i nomi e le storie che ancora si leggono sulle lapidi: ogni tomba diversa l’una dall’altra, proprio secondo la concezione romantica.

E forse anche secondo le diverse possibilità economiche.

Il Cimitero vecchio, una volta, era ricco di statue funerarie, perché questo era il paese dei “picasass”, gli scalpellini. Oggi qui resta, proprio al centro, la statua di Adalgisa Faré Cassani, adagiata semi sdraiata sulla propria tomba, come una protagonista di questo luogo.

La tomba di Adalgisa Farè Cassani

Lei domina il centro, mentre nell’angolo più lontano si staglia contro il cielo plumbeo la figura dell’angelo triste, a vegliare sulle anime sottostanti.

L’angelo triste

Ci sono poi le lapidi più piccole, incastonate nel terreno tutte uguali, quelle decorate da rose scolpite e quelle cancellate dal muschio. Una cappella neoclassica affrescata, e una senza più il tetto, riconquistata dalla vegetazione.

Iscrizioni di famiglia che testimoniano l’amore dei figli per gli anziani genitori, o di genitori per la perdita dei piccoli figli.

Adelina, una bambina di sei anni

Proprio di fronte al cimitero vecchio c’è il parco della biblioteca, dove hanno sede il Museo Enrico Butti e il Museo del Novecento.

Poco più lontano invece, nella Villa Borromeo si trovano gli altri due musei del paese, il Museo dell’800 e quello “dei picasass”.

Tutti e quattro raccontano la stessa storia, una storia lunga secoli, che narra di generazioni di artisti e professionisti scalpellini, che hanno dato forma alle pietre di queste zone regalando opere d’arte al mondo. Sì, perché negli ultimi cinque secoli dalle cave e dalle botteghe di Viggiù intere famiglie di architetti, scultori, artisti della pietra furono protagoniste, ad esempio, dei cantieri della Veneranda Fabbrica del Duomo e del Cimitero Monumentale di Milano.

La storia è lunga e molto interessante, e racconta persino delle prime cooperative operaie nate con l’obiettivo di fermare l’emorragia dell’emigrazione, e di lotte sindacali e di conquiste di contratti di lavoro all’avanguardia.

 

Da cimitero a cimitero: noi abbiamo visitato il Museo Enrico Butti, scultore viggiutese vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900. Colpevolmente non lo conoscevamo, ma nel museo – da lui voluto e donato al suo paese – abbiamo scoperto tanto sulle sue molte opere funerarie oggi presenti al Cimitero Monumentale,

Il tempo. Enrico Butti

sulla sua statua dedicata a Giuseppe Verdi eretta in piazza Buonarroti (sempre a Milano)

e altre opere, anche di denuncia sociale, premiate persino all’Esposizione Universale di Parigi nel 1889 (quella in cui costruirono la Tour Eiffel, per intenderci).

Museo Enrico Butti Viggiù
Il minatore. Enrico Butti

Al museo ci hanno fornito anche delle audioguide. Non semplicissime per i bambini, ma le nostre bambine sono rimaste molto affascinate e contente della visita.

 

Il cimitero è aperto solo in alcune occasioni speciali, come il periodo dei morti o le giornate FAI.

Il polo museale viggiutese invece è aperto più regolarmente, in parte gli orari coincidono con quelli della biblioteca, in parte su richiesta.

Noi abbiamo trovato grande accoglienza e disponibilità: chiedete e vi sarà aperto, spiegato, raccontato con passione.

 

 

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